Debate: L'islam diventò «civiltà gregaria» Così finì l'età d'oro della scienza
Astronomia, matematica, biologia: ricchezze distrutte dal fondamentalismo
Vista oggi, in lontananza, la Bagdad del IX secolo dopo Cristo — quella del califfo Harun al-Rashid e delle Mille e una notte — sembra sospesa e insieme imprigionata in una dimensione puramente fiabesca. Invece, bisogna cercare di vederla anche come una città d'avanguardia, che a pochi decenni dalla fondazione si articola come una vasta metropoli commerciale e culturale, dove proprio al-Rashid fonda la «Casa della Conoscenza» e una biblioteca che il figlio al-Ma'mun stiperà di migliaia di volumi, in un momento in cui le nostre raccolte monastiche arrivano a malapena a qualche centinaio. In questo contesto, matura una duplice rivoluzione: letteraria, con lirici «maledetti» come Abu Nuwas, che esalta i piaceri dell'alcol e l'omosessualità; e soprattutto scientifica, con le trascrizioni-traduzioni dei filosofi greci, l'elaborazione dell'algebra da parte di al-Khuwarizmi (da cui «algoritmo») e la fondazione di una scuola astronomica che unisce calcolo speculativo e osservazione.
Quella Bagdad è insomma il nucleo genetico di un connubio tra scienza e islam che si estenderà fino al XV secolo: connubio cui un libro appena uscito dello scrittore e giornalista scientifico Ehsan Masood ( Science and Islam. An History ) dedica un'analisi insieme didascalica e sorprendente. In particolare, specie se accostato a un altro testo recente di George Saliba (cattedra di scienza arabo-islamica alla Columbia: Islamic Science and the Making of the European Renaissance ) il libro di Masood permette di penetrare l'unicità della scienza islamica (non solo araba) sia nella capacità di rielaborare i predecessori greci, sia in quella di anticipare certe rivoluzioni cognitive dell'Europa moderna. Vediamo così emergere — ben oltre le consunte figurine di Averroè e Avicenna — decine di protoscienziati misconosciuti.
Ci sono antesignani della biologia evoluzionistica, come al-Jahiz, che proprio nell'Iraq del IX secolo parla di «lotta per l'esistenza» tra specie animali preoccupate solo «di non essere mangiate» e di procreare; o come Muhammad al-Nakhshabi (Asia Centrale di un secolo dopo), che descrive addirittura una scala del vivente a ritroso, con gli uomini derivati da «creature animali», gli animali da «vegetali», le piante da «sostanze combinate» e queste da «qualità elementari » presenti nei «corpi celesti». Oppure ci sono indagatori ossessivi delle leggi (bio)fisiche, come Abbas ibn-Firnas (sempre IX secolo, ma nella Cordoba omayyade), che disegna modelli planetari e sperimenta il volo con una macchina pre-leonardesca, scagliandosi dalla torre della città; o come Ibn al-Haytham (nella Bassora tra IX e X secolo), cui si deve il primo studio non metafisico di fisiologia della visione, con le immagini della retina capovolte e la «camera oscura».
Oppure ancora — salendo di qualche secolo — ci sono geniali medici-fisiologi come Ibn al-Nafis, morto al Cairo a fine Duecento e capace di descrivere il sistema circolatorio anticipando certe osservazioni del grande William Harvey, contemporaneo di Shakespeare; o fisici-chimici come Nasir al-din al-Tusi, che nello stesso periodo intuisce la legge di conservazione della massa. E l'elenco potrebbe continuare. Ma proprio con gli ultimi, geniali avamposti — vedi Ibn al-Shatir, che nel XIV secolo abbozza addirittura una teoria eliocentrica e forse influenza Copernico — la sequenza si arresta, come un ponte interrotto su un abisso o una foresta che degrada nel deserto. Come si crea questa frattura tra l'islam e la scienza? Come si è arrivati a un presente così opaco, in cui le uniche figure-cerniera sono scienziati- canaglia come O. H. Khan (che ha portato il nucleare a Pakistan, Iran e Corea del Nord) o imbonitori come lo yemenita Abdul Majid al-Zindani, uno dei maestri di Bin Laden e assertore di un «creazionismo islamico » più improbabile di quello cattolico o di paralleli patafisici come quello tra i buchi neri e le «Porte» del paradiso coranico? La risposta non è solo intellettuale, ma più estesamente storico-sociale, e rimanda a quella «malattia dell'islam » cui il tunisino Abdelwahab Meddeb (cattedra di letterature comparate a Parigi) ha tributato un libro già classico. Passando da civiltà egemone a civiltà gregaria, il mondo islamico si popola, secondo Meddeb, di quelli che Nietzsche chiamava «uomini del risentimento ».
Di soggetti, cioè, tesi a vendicare l'onta di un processo d'invasione (e d'inversione) esteso dalle prime incursioni cristiane alle recenti guerre «di liberazione » irachene, passando per la lunga fase colonialista. Incapace di una secolarizzazione che ha lasciato ad altri dopo averla incubata e preparata, l'«uomo islamico » si è così costruito un'identità di difesa (o di controffensiva) profondamente schizofrenica. Su un versante si è ripiegato sull'ambiguo arcaismo della «lettera » coranica, quella che trapassa come una freccia tutto il «puritanesimo» islamico, dalle raccolte giuridiche di Ibn Hanbal all'ortodossia (in realtà tutt'altro che estremista) del contemporaneo di Dante Ibn Taymiyya, e su su fino al radicalismo di 'Abd al-Wahhab, settecentesco «padre fondatore» della religiosità saudita e dei wahhabiti cui si riferisce Al Qaeda. Su un altro versante, si è aperto all'esterno con filtri deformanti, accogliendo la modernità ma non la «visione» occidentale (che ne è alla base) e soprattutto la tecnologia ma non la scienza (che ne rappresenta la premessa) per non rischiare che si aprano crepe nel marmo del dogma coranico. Il risultato è una comunità che vede coesistere turbanti e cellulari, sessuofobia e video porno, autoritarismo e paraboliche.
Come riassume con sarcasmo Meddeb a proposito degli attentatori delle Twin Towers, l'uomo islamico non partecipa né all'invenzione né alla fabbricazione dell'aereo, ma riesce «mirabilmente » a distorcerne l'uso. In prospettiva, Masood parla di diversi Paesi islamici che cominciano a rilanciare le facoltà scientifiche e la ricerca. Ma forse il segnale più forte è simbolico prima che concreto. Sta infatti rinascendo — dopo essere stata incendiata nel 2003 e a lungo usata come base militare — la «nuova» biblioteca di Bagdad. Non si tratta solo dei 400.000 volumi da conservare, ma delle 4.000 novità all'anno da acquistare; non solo di custodire l'antica scienza (e l'antica cultura), ma di progettare la nuova. Nel finale dei Cantos , Ezra Pound scrive che «una piccola luce, come un barlume» può ricondurre a volte «allo splendore»: il che vale per un individuo come per un'intera civiltà. Chissà che il barlume — per il mondo islamico — possa accendersi nell'antico luogo di Harun al-Rashid e della «Casa della Conoscenza».
Sandro Modeo

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