Cine: La macchina della poesia

LE STELLE DEL MEREGHETTI

Baarìa è uno dei film più ambiziosi della storia del cinema italiano

Probabilmente Baarìa non è il film più costoso della storia del cinema italiano (25 milioni di euro dichiarati, forse anche qualche cosa di più per ricostruire un'intera città in Tunisia), ma sicuramente è uno dei più ambiziosi. E non tanto per la storia raccontata — una cinquantina d'anni di vita bagariota, grossomodo dai Trenta agli Ottanta, focalizzati su due generazioni e mezzo di Torrenuova, cioè di Tornatore — ma per la voglia di tornare a usare il cinema come «macchina poetica», come miccia per innescare fantasia e meraviglia insieme, recuperando le potenzialità narrative, le ambizioni didattiche e le capacità di mediazione culturale che il cinema sembra aver smarrito da troppo tempo. Ambizioni d'affresco epico ma, per fortuna, senza epicità e senza facile nostalgia (nonostante una colonna sonora tonitruante di Morricone) dove una sceneggiatura «antiretorica» (di Tornatore) e una regia molto spettacolare riescono a equilibrarsi perfettamente e a trovare il difficile punto d'incontro tra la storia di un paese e quella di una famiglia, tra tentazione sociologica e concessioni cronachistiche, tra episodi reali e invenzioni fantasiose, tra memoria e riflessione. A tenere le fila di tutto, è Peppino Torrenuova, figlio del vaccaro Cicco e futuro padre di Pietro (cioè di Peppuccio Tornatore), comunista da sempre e poi anche consigliere comunale a Bagheria. Ma pur restando lui il protagonista, Tornatore spesso dirige il suo obiettivo verso altre persone, che per forza di sceneggiatura e d'interpretazione (hanno il volto riconoscibile di un attore popolare) portano l'attenzione verso storie parallele e figure secondarie. In questo modo il film evita di mitizzare troppo la figura del protagonista (e di cadere nella retorica familista) e insieme riesce a costruire un affresco corale, dove ogni piccola parte contribuisce a raccontare e spiegare le altre.

Merito di una sceneggiatura costruita su una struttura a piccoli quadri (dove spesso un fatto è spiegato dal successivo e non il contrario) e di un lavoro di casting insolito ed eccellente. Se per Peppino e sua moglie Mannina, Tornatore ha felicemente puntato su due volti quasi inediti (l'attore di formazione teatrale Francesco Scianna e la modella Margareth Madé, entrambi ottimi) per i cento e più personaggi di contorno ha utilizzato facce conosciute, ottenendo quell'effetto che nel cinema degli anni Cinquanta era affidato a certe popolari comparse, ma che qui si chiamano Aldo Baglio, Giorgio Faletti, Monica Bellucci, Michele Placido, Beppe Fiorello, Leo Gullotta (indimenticabile il suo personaggio che si è fatto il cappotto a rate), Vincenzo Salemme, Donatella Finocchiaro, Nino Frassica, Raoul Bova e così via. Mentre Salvo Ficarra, Valentino Picone, o Lina Sastri hanno ruoli un po' più articolati. Certo, in due ore e 30 minuti di proiezione non tutto funziona alla perfezione, e il gusto per una favola un po' troppo sottolineata ogni tanto fa capolino (il volo di Pietro, il sonno/sogno di Peppino adolescente, anche una certa sovrabbondanza di fatti e fatterelli), ma alla fine ti senti tirato dentro in questo spaccato di vita siciliana. Forse non ne sai molto di più su Bagheria ma ti sembra di esserne diventato una piccola parte e come il popolo in piazza al comizio di Placido vien voglia di gridare insieme a tutti: «acqua!».

Paolo Mereghetti

http://cinema-tv.corriere.it/cinema/speciali/2009/venezia/notizie/mereghetti_la_macchina_della_poesia_a52df844-9854-11de-b8d4-00144f02aabc.shtml

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