Cultura: L'ombra del Supercontrollo minaccia l'utopia di Internet
Rete/1 - Il cyberspazio fra libera espressione ed esigenza di sicurezza
Da Obama a Wikipedia, in discussione l'accesso al Web
Lo avevano previsto due studiosi americani, Jack Goldsmith e Tim Wu. In un libro uscito nel 2006 con il titolo Who Controls the Internet? («Chi controlla Internet?», Oxford University Press), annunciavano il tramonto dell'utopia internettiana d'un mondo senza confini né padroni, autogovernato dalle comunità degli utenti. L'utopia, scrivevano, era figlia della illusione che riteneva i governi incapaci (a causa della natura transnazionale di una tecnologia al riparo da interferenze giuridiche «locali ») di affermare la propria sovranità sul cyberspazio. Proprio perché viviamo in un'era di sfide globali (come quella del terrorismo internazionale), argomentavano, i poteri forti saranno costretti a «balcanizzare» la Rete per assoggettarla al proprio controllo.
La conferma di questa tesi viene dalla «grande muraglia» telematica che circonda la Cina, impedendo ai contenuti scomodi di penetrare nel suo territorio. Ma una conferma ancora più significativa, visto che non arriva da un Paese totalitario, potrebbe offrirla il Cybersecurity Act in discussione al Senato americano. La legge, di ispirazione bipartisan e caldeggiata dal presidente Obama, si propone di istituire un Consigliere Nazionale per la cybersicurezza e attribuisce al presidente il potere di dichiarare lo stato di emergenza telematico, che sospenderebbe le garanzie in tema di privacy. «È un rischio che dobbiamo correre — dice il senatore John Rockefeller, uno dei due estensori del progetto di legge — perché le nostre infrastrutture strategiche vanno difese a qualsiasi costo ». Ma le associazioni per la tutela dei diritti civili non ci stanno: «Il rischio del cyber terrorismo è reale— dichiara Leslie Harris, presidente del Center for Democracy and Technology — ma un così drastico intervento federale in materia di comunicazione privata rischia di ottenere l'effetto contrario, riducendo tanto i livelli di sicurezza quanto quelli di privacy ». Anche perché, rincarano i critici, la legge lascia nel vago la definizione di stato di emergenza, con poteri discrezionali per il presidente. Sotto tiro anche il concetto di «territorio » nell'era digitale: la legge mira a proteggere quello americano da attacchi esterni. «Ma per realizzare l'obiettivo — ammette il generale James Cartwright, incaricato di definire la nuova cyberstrategia — non è escluso si venga costretti a violare l'altrui sovranità.
Se i server di un Paese amico fossero infestati da 'cavalli di Troia' (cioè virus che consentono di controllare a distanza i computer) e utilizzati per attaccare il cyberspazio americano, non vi sarebbe il tempo di avvertire gli alleati né di delegare loro la reazione: il contrattacco sarebbe immediato e coinvolgerebbe anche le macchine infettate». Insomma, un'applicazione virtuale del diritto d'inseguire i terroristi fuori del proprio territorio. A controbilanciare queste critiche, un editoriale del «New York Times » ricorda che un altro progetto di legge ha iniziato il proprio iter alla Camera dei Rappresentanti: un provvedimento che mira a garantire il «principio di neutralità» della Rete, vietando a telecom e internet provider americani di «discriminare» il traffico in base ai contenuti. I fornitori di connessione premono per poter favorire i servizi che garantiscono profitti più elevati a scapito di quelli che rendono meno (la normale comunicazione fra utenti). La richiesta è spalleggiata dall'industria culturale, che la considera un utile strumento per bloccare lo scambio illegale di file protetti da copyright. Contrastando questi interessi lobbistici, argomenta l'editoriale, il governo americano scongiurerebbe il rischio che questi filtri possano esser usati anche per discriminare minoranze ideologiche, religiose, sessuali.
Un colpo al cerchio e uno alla botte? Più controllo al potere politico, meno controllo agli interessi economici? Le cose sono più complicate, come dimostra il fatto che anche esperienze più vicine all'originale spirito «anarchico» di Internet, come quella dell'enciclopedia online Wikipedia, si apprestano a rivedere la propria filosofia in senso meno «permissivo». Come ha ricordato Marco Gambaro su queste pagine, dopo aver incarnato l'utopia di un sapere che si aggrega dal basso, senza gerarchie, di fronte ai problemi provocati da voci controverse che innescano feroci conflitti tra fazioni, Wikipedia ha deciso di trasferire a una élite di supervisori il potere di decidere in ultima istanza la «verità ufficiale». Secondo un ricercatore del Centro di Palo Alto, Ed Chi, «potrebbe essere un sintomo di 'invecchiamento' del progetto, in quanto rafforza la tendenza a privilegiare i contributi dei redattori anziani. La resistenza al nuovo da parte della comunità — precisa Chi — cresce continuamente ». Insomma. non tutti condividono l'idea che l'aumento di controllo favorisca la «maturazione» di Internet. E resta il problema di chi controlla i controllori.
Carlo Formenti

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