Cultura: La mia scrittura meticcia saccheggia tutte le arti


«Il paziente inglese» ha preso forma a Villa Adriana quando un architetto mi parlò della poetica del sito

Michael Ondaatje


Nello Sri Lanka un grande danzatore, Chitrasena, ha creato e interpretato per tutta la vita pregevoli opere di spiccato carattere regionalista. Il suo ruolo è stato essenziale per la rinascita e la celebrazione delle tradizioni locali nella danza. Quando morì, a Colombo, ben settecento percussionisti suonarono al suo funerale. Un giorno gli chiesi che cosa avesse fatto di lui un danzatore, e la sua risposta fu: la lettura dell’autobiografia di Isadora Duncan. Il libro di una danzatrice della remota Europa aveva fatto di lui un danzatore nello Sri Lanka. Il nostro è un mondo pieno di influssi «meticci » di questo genere. Influssi simili hanno certamente plasmato me e la mia opera. In quanto scrittore sono meticcio per luoghi. Per razza. Per tempo. Per culture. Per lingue. E anche per forme d’espressione.
Sono nato nello Sri Lanka dove a malapena ho letto un libro. Ascoltavo, però, le storie che, intorno a me, a tavola, si raccontavano in continuazione - spesso erano storie assurde: bugie, pretesti, pettegolezzi su relazioni amorose, o su un mio zio e i suoi sei matrimoni sbagliati. Le «storie» che arrivavano fino a me, perciò, derivavano da una tradizione orale, che ha composto il mio album di famiglia. Quando ne ho scritto, molti anni dopo, in un libro autobiografico intitolato Aria di famiglia, ho dovuto evocare quelle voci, quella tradizione orale in cui era scontato che una bugia ben raccontata valesse più di mille fatti.
Quando avevo undici anni mi mandarono a scuola in Inghilterra, e fu allora che cominciai davvero a leggere i libri, intrufolandomi nelle vite immaginarie che si aprivano dinanzi a me. «Il libro che teneva tra le mani equivaleva a una porta», scrive D. H. Lawrence ne L’arcobaleno. Allo stesso tempo odiavo la realtà della scuola privata inglese, le sue strutture e le sue regole, e le contrastavo con comportamenti «anarchici», diffidando delle voci e del linguaggio del potere, e di tutta la retorica che lo accompagnava. A quell’epoca, perciò, la vita dello scrittore non mi interessava. Sulla quarta di copertina di un tascabile Penguin lessi che l’autore, Nigel Balchin, aveva scritto il suo primo romanzo mentre era in viaggio di nozze. Ero un adolescente, ma mi rendevo comunque conto che lì c’era qualcosa che non andava. Mi allettava di più l’idea di fare il medico, o magari il ladro.
A diciotto anni arrivai in Canada. E fu a Toronto che, con passione, inciampai nella letteratura, e vi trovai casa. Cominciai a scrivere poesia e a collaborare con un piccolo editore, la Coach House Press. Far parte di una piccola casa editrice, durante i primi sette anni della mia carriera di scrittore, mi diede il tempo di trovare una voce che nessuno avrebbe potuto ridurre a pezzi e rimodellare in qualcosa di collaudato e di allineato. E, intanto, imparavo anche come si fa e come si progetta un libro, imparavo che un libro non è soltanto il veicolo di un contenuto.
Ma anche all’epoca in cui iniziavo a scrivere ero molto preso, inebriato forse, dal teatro, dal cinema e dalla musica: Ray Charles, Sam Cooke, The Coasters, le storie di Damon Runyon - ai miei occhi tutto ciò aveva tratteggiato un ritratto bizzarro dell’America del Nord, prima ancora che vi arrivassi. Oggi faccio un po’ di fatica a immaginare che tipo di Paese mi aspettavo fosse l’America: un luogo in cui Tom Waits era il Presidente, forse...
Come scrittore sono stato influenzato da altre forme d’espressione, più che dalla scrittura in sé. Certo, anche per me la letteratura ha degli eroi, ma non è da loro che ho tratto consapevole ispirazione. So, invece, di essere stato nettamente influenzato dagli album Hot 5 e Hot 7 di Louis Armstrong, e dall’apparente moltiplicarsi delle voci nelle canzoni di Fats Waller, o dalla struttura e dal gioco di rimandi degli affreschi di Diego Rivera che ho visto a Detroit o a Città del Messico. L’arte dei templi dello Sri Lanka mi ha influenzato più di qualsiasi scrittore postmoderno. E ricordo una passeggiata nella Villa Adriana in compagnia di un architetto che mi parlò della «poetica della villa», e so che probabilmente la nostra conversazione in quel luogo mi ha aiutato a mettere a punto la forma del Paziente inglese. Se un libro scritto a tremila miglia di distanza può indurre un uomo a diventare un danzatore, uno scrittore può essere trasformato da una località geografica, o dal ritmo ondeggiante del grande jazz di Potato Head Blues. Impariamo da ogni cosa. Impariamo da ogni luogo: la radicalità della forma e della bellezza di un collage di Kurt Schwitters, l’uso di materiali grezzi nell’opera di Robert Rauschenberg. Sono tutte cose che mi hanno influenzato o, per esser franchi, tutte cose che ho saccheggiato.
Ciononostante, pur avendo ormai trascorso gran parte della mia vita adulta in America del nord, mi accorgo ancora di affidarmi, o di far riferimento, a un’estetica che viene dall’Oriente. Donald Richie, lo scrittore americano vissuto in Giappone per oltre sessanta anni, scrive a proposito della differenza tra Occidente e Oriente: «Le convenzioni utilizzate in Occidente - ordine, successione logica, simmetria - impongono all’argomento un punto di vista che ad esso non appartiene. L’estetica orientale suggerisce l’idea che una struttura ordinata intrappoli, che l’esposizione logica falsifichi e che una discussione lineare e logica, alla fin fine, limiti (...).
«È quindi più facile definire l’estetica giapponese attraverso una rete di associazioni costituita da annotazioni e da elenchi legati tra loro in modo intuitivo, che formeranno lo sfondo da cui emergerà l’argomento in esame. Da ciò nasce l’uso giapponese della giustapposizione, dell’assemblaggio e del bricolage (...). Molti scrittori giapponesi» continua Richie «attribuiscono grande importanza a una certa indeterminatezza nella struttura delle loro opere. E riescono a evitare quel che è troppo logico, troppo simmetrico, quando si limitano, come vuole un’espressione giapponese, a seguire il pennello».
Non so dirvi quale conforto mi abbia dato scoprire queste righe di Donald Richie. Le sue parole rispecchiano e legittimano il mio modo di pensare, e il mio modo di scrivere. Io credo in questo modo informale, intimo, e forse anche accidentale, di seguire il pennello. Per me questa è arte. Questa è poesia. Spazi lontani quanto più possibile dalla retorica. Questa delicata intimità, questa sorprendente casualità possiamo trovarle in una lirica trobadorica tradotta da W. S. Merwin. O nel piccolo gesto accennato da Hanna Schygulla in un film di Fassbinder. Tutte cose che sono l’opposto delle assertive voci pubbliche da cui siamo continuamente attorniati. W. S. Merwin parla della «necessaria ammissione della propria ignoranza». La sua è la lezione di un maestro.
Penso che siamo molto fortunati a vivere in un’epoca di influssi meticci. Siamo circondati da tantissime traduzioni provenienti da tutto il mondo. «Mai più si racconterà una storia come se fosse l’unica» scrive John Berger. Una persona cresciuta a Colombo o a Tolosa o a Red Deer può davvero avere per mentore o pietra di paragone Italo Calvino o C. D. Wright o un libro di Isadora Duncan. Siamo fortunati. Il meticciato ci consente una molteplicità di prospettive.
Parte dall’ex Italsider e va avanti sull’acqua per quasi un chilometro. Qualcuno fa jogging, alcuni studiano; a volte si trasforma in teatro. A volte ci perdiamo. O l’opera resta incompiuta. Il legame tra l’artista e il lettore può essere, e spesso è, tenue. Ma noi desideriamo questa relazione non ufficiale, di puro piacere - fare qualcosa per amore del mestiere, per amore della scoperta, per amore della condivisione - qualcosa che resti sempre a una certa distanza dal mondo pubblico.
«In America non si vuole che gli artisti abbiano una carriera» osservò James Baldwin, «si vuole che abbiano successo». Fate voi il paragone tra questa pressante richiesta e l’affermazione dello scrittore Ivo Andric che nel 1917 indicava una condizione più auspicabile: «A differenza degli altri uomini, i poeti sono fedeli solo nell’ora della sventura e si allontanano da coloro che sono felici».


© Michael Ondaatje

(Traduzione di Paolo Dilonardo)


L’autore
Michael Ondaatje è nato a Colombo nello Sri Lanka nel 1943. Scrittore e poeta canadese, è stato più volte candidato al Nobel. Ha esordito nel 1967 con due raccolte di versi, «I mostri raffinati» e «L’uomo con sette dita nei piedi». Il libro che gli ha dato la notorietà internazionale è «Le opere complete di Billy the Kid» (Garzanti). Tra gli altri libri, tutti editi da Garzanti: «Il paziente inglese», dal quale è tratto il film omonimo, «Buddy Bolden’s Blues», «Nella pelle del leone», «Aria di famiglia», «Lo spettro di Anil» e, ultimo uscito in Italia, «Divisadero».

A Pordenonelegge
Elogio dell’ibrido
S’intitola «Meticci» questo testo di Michael Ondaatje che lo scrittore presenta oggi a Pordenone (ore 16.30) presso il Convento di San Francesco, nell’ambito della giornata conclusiva del Festival Pordenonelegge. Tra i protagonisti degli incontri previsti oggi nella rassegna letteraria diretta da Gian Mario Villalta, spiccano i nomi di Katie Hickman, Eric-Emmanuel Schmitt, Victor Lodato, Giulio Giorello, Eugenio Scalfari, George Steiner, Paco Ignacio Taibo II, Enrico Brizzi, Ildefonso Falcones, Mauro Corona, Paolo Maurensig.





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